PER UN ASSOCIAZIONISMO REPUBBLICANO

L’ “associazione” vero antidoto alla frantumazione sociale – di Enrico Edoardo Gavassino

–  Libertà, Progresso, Associazione: queste sono le due direttrici di ogni Nazione che aspira ad essere protagonista della storia.

Il passato insegna che chi non fa la storia è costretto a subirne tutte le conseguenze che altri avranno deciso in sua vece.

La Nazione, unità corporale, intellettuale e spirituale di popolo è chiamata, in ogni suo individuo, ad agire conformemente a questa necessità storica.

Noi siamo italiani e siamo repubblicani.

Cosa è dunque chiamato a fare un repubblicano nella turba degli eventi di questo tempo?

Hanno cercato di catalogarci tra i partiti di sinistra, altri hanno cercato di etichettarci come uomini e donne di destra. Fieramente possiamo rispondere che non siamo né l’una né l’altra cosa, noi siamo repubblicani e i nostri ideali sono al di fuori e al di sopra di tutti quelli verso cui si cerca di farci, più o meno artatamente, sterzare.

Saldi in questa nostra esclusività ideale, siamo chiamati a ripartire dalle idee che smuovono i nostri cuori ormai da due secoli e politicamente da quel fatidico 21 aprile 1895, giorno di fondazione del nostro partito.

Libertà, Progresso, Associazione: la Libertà è il perché, il Progresso è il come, l’Associazione è il cosa.

La società italiana vive una triste stagione di dissoluzione delle strutture aggregative; la piazza ha lasciato campo al blog, le strette di mano ai like, il reale dichiara ogni giorno la sua sconfitta a favore del virtuale.

Davanti alla disgregazione sociale, la soluzione, coraggiosa e rivoluzionaria, è il primato della Associazione come metodo, come già Giuseppe Mazzini, nostro maestro, insegnò con la sua vita e sulle pagine indomite de “Dei Doveri dell’Uomo”.

“La parola della fede avvenire è l’associazione” scrisse l’Apostolo d’Italia identificando nella Patria stessa non un aggregato bensì una associazione.

È l’Associazione a cui siamo chiamati per moltiplicare le nostre forze, nel comune progresso, nella ricchezza plurale delle voci che vi si uniscono e nell’unità da cui essa genera e che successivamente irradia.

Questo principio, assoluto per sua natura, se vuole essere incisivo nei destini dei singoli e delle collettività, è un qualcosa che deve esplicarsi nel reale, avendo, al limite, il virtuale come ulteriore mezzo di azione e comunque non principale.

Le strutture sociali di confronto tra gli individui sono ormai in frantumi; le sezioni di partito in crisi, le parrocchie coi loro oratori anche, in un progressivo tramontare del confronto delle componenti della società civile, chiuse in se stesse, nei propri privilegi o nelle proprie tragedie, senza nessuno che sta ad ascoltare l’altro.

Estranei tra compatrioti, tra concittadini, tra consanguinei, vaghiamo come monadi autopoietiche in direzioni incoerenti, senza conforto di visioni differenti, aiuti morali, appoggi ideali o scopi comuni ad unirci verso un senso più profondo delle nostre limitate esistenze.

L’occupazione degli spazi fisici, che oggi pare retaggio del passato, è la chiave con cui affrontare la sfida politica e sociale degli anni a venire e con cui ricreare un nerbo, fosse anche locale, di società.

Conferenze, dibattiti, incontri, sedi, piazze: questi gli strumenti sempre più abbandonati eppure così tanto preziosi, così rivoluzionari nel mondo metaversificato.

Dove i mezzi economici saranno insussistenti si troveranno spazi gratuiti, forse anche di maggiore nobiltà, essendo da sempre la piazza il fulcro di qualsiasi spontaneo e genuino ideale politico, non il palazzo.

La povertà dei mezzi spaventa solo gli ignavi, non coloro che nutrono gli ideali di cui ancora oggi ci sentiamo eredi e custodi; anzi la sfida pare ancor più attraente proprio per le difficoltà materiali che la nostra ricchezza ideale saprà efficacemente superare.

Riprendiamoci le piazze, le strette di mano, gli sguardi intensi che già la pandemia, esperienza generale oggi costituente una pericolosa memoria collettiva, riuscì a toglierci. In quei tristi giorni, mentre i bollettini scandivano l’orrore quotidiano della morte di tanti nostri compatrioti, v’era un desiderio estremo di associazione, si badi: associazione, non socialità.

Grido di aiuto di una società frantumata in mille rivoli che cerca insistentemente un senso a questo tempo di crisi economica e, purtroppo, di guerra per ora ancora lontana.

Incardiniamoci negli spazi fisici, associamo le nostre risorse per gli ideali che ci uniscono, sfruttiamo ogni occasione di contatto, uniamoci in un’unica speme da un capo all’altro dell’Italia. Siamo repubblicani.