2 GIUGNO: LA REPUBBLICA CHE VOGLIAMO

di Marina Marozzi

– Lo scorso giugno 2016 è stata solennemente celebrata la festa della Repubblica a distanza di 70 anni da quel 2 – 3 giugno 1946 in cui, nelle prime consultazioni politiche del dopoguerra (quelle amministrative si erano svolte nel marzo-aprile dello stesso anno), le italiane e gli italiani vennero chiamati a scegliere la nuova forma istituzionale e ad eleggere i rappresentanti alla Costituente.

Sul significato di quella svolta fondamentale non riteniamo dover ritornare salvo che per sottolineare come fosse stata determinata dal concorso dei ceti operai e della classe lavoratrice, dall’entusiasmo di tante donne per la prima volta chiamate alle urne (alcune avevano già votato alle amministrative), ma anche dall’impegno di tanti intellettuali e di quanti, con il loro sacrificio, si erano battuti contro il fascismo.

Piuttosto ci viene in mente una frase di un grande esponente del repubblicanesimo “intransigente” che fu Giulio Andrea Belloni, politico, sociologo, penalista, il quale affermava: “…in Italia diciamo che la Repubblica non potrà che essere una cosa austera e generosa insieme. Così furono le Repubbliche del 1799, del 1848, del 1849….Un popolo risorto sarà proteso verso un’idealità di giustizia aureolata dalla santa equità dominante su di un piano nazionale”.

Accenti “retorici” a parte,  non possiamo certo dire, a così grande distanza, che questo anelito di giustizia sociale si sia pienamente concretizzato ed abbia saputo accompagnare il rinnovamento e la vita della nostra nuova democrazia repubblicana.

E se come “Lucifero” abbiamo scelto di dare priorità ai temi sociali non è tanto perché molti di noi provengono o militano nel sindacato quanto perché, come semplici cittadini, constatiamo nella società italiana  squilibri sociali e generazionali che si aggravano anziché risolversi, pur nel nuovo contesto istituzionale che, a questo punto, non ha più l’alibi di essere considerata una “democrazia ancora giovane”.

Diventa, allora, significativo, nella rinnovata ricorrenza del 2 giugno 2017, spostare l’attenzione sulle ferite ancora aperte e sui problemi irrisolti di un Paese politicamente e socialmente lacerato. Ciò in un ordinamento ancora bisognoso di impulsi e di interventi, per acquisire quella compiuta fisionomia cui aspiravano quanti hanno costruito, non solo dalle macerie del fascismo, della monarchia e della guerra, ma fin dal Risorgimento e post-Risorgimento, le fondamenta della nostra Repubblica.

Come è oramai abitudine,  abbiamo, perciò,  riproposto in queste stesse pagine le nostre “pillole di   repubblicanesimo” rivolgendole in questo caso alla ricerca di spunti tratti dalla grande tradizione laica e repubblicana che, pur nella loro estrema sinteticità, possono aiutarci a cogliere queste criticità ed alcuni prioritari ambiti di intervento.

Questi riferimenti, infatti, pur a distanza dalla loro formulazione focalizzano, a nostro avviso, alcuni aspetti cruciali della nostra vita sociale, politica ed istituzionale e chiamano a responsabilità l’intera classe dirigente del Paese: la priorità assoluta di una più diffusa e praticata educazione civica, la necessità di rivedere i meccanismi di selezione delle classi dirigenti e rendere più efficiente il rapporto tra poteri legislativi e l’azione di governo, il rifiuto di scorciatoie populistiche semplificatrici e centralizzatrici, la volontà e la capacità di rappresentare in ogni atto gli interessi generali, la lotta strenua contro il blocco burocratico-clientelare e contro la corruzione, il bisogno di giustizia sociale rappresentato dalla condizione sempre più critica delle nuove generazioni e delle aree più arretrate del Paese.

Con il referendum del dicembre scorso si è voluto sottolineare come i problemi del Paese derivassero in primo luogo, se non esclusivamente, dai limiti e ritardi del nostro impianto costituzionale e come si rendesse necessaria una forte concentrazione dei poteri di governo.

E’ stata una forzatura legittima ma rischiosa di cui tuttora si pagano le conseguenze: il Paese è lacerato, i problemi istituzionali saranno ora di più complessa riproposizione, una seria legge elettorale non è stata ancora varata, le tensioni sociali si acuiscono ogni giorno di più, alimentate da quel populismo cavalcato da certa politica e da una aprioristica sfiducia ormai dilagante presso una fetta di popolazione in continua crescita di cui sono al tempo stesso anche la causa.

Noi pensiamo, però, che con un “operoso ravvedimento” i principali protagonisti della vita politica possano ancora riparare: cogliere più attentamente dove sono le vere priorità, mettere in atto un approccio alle criticità – anche nel funzionamento istituzionale – nell’ottica della gradualità, del vero riformismo, della  ricerca di coesione e larghe intese, nella salvaguardia del pluralismo.

La Repubblica c’è, essa va difesa, ma anche migliorata e rinnovata. Sul piano istituzionale non mancano certo gli ostacoli. Il rafforzamento del ruolo dell’esecutivo, innanzitutto per quanto riguarda le grandi scelte strategiche, resta una esigenza, ma dovrà attuarsi insieme alla valorizzazione del ruolo del Parlamento e della dialettica sociale. Una azione incisiva attraverso la quale rinnovare e rivitalizzare la classe dirigente, in primo luogo politica, ed il sistema delle rappresentanze appare un traguardo ancora molto lontano  ma per noi irrinunciabile.

Dicevamo dell’“approccio”, ovvero del metodo attraverso il quale rivitalizzare e migliorare il funzionamento delle nostre istituzioni repubblicane. C’è un esempio che dovrebbe rimanere memorabile nella  vita politica italiana: il “lodo” dell’allora Presidente Giovanni Spadolini, giustamente celebrato in un magnifico articolo di Andrea Manzella apparso a suo tempo su “Nuova Antologia” (Luglio- Settembre 2002).

Ricordò  acutamente Manzella che quel famoso “ decalogo istituzionale” non significò solo un modo per districare una indecifrabile crisi di governo ma soprattutto la indicazione di un tracciato innovativo per l’avvio di una stagione nuova della vita italiana. Sappiamo che nel tempo, e seppur in ritardo, molti dei quei punti voluti da Giovanni Spadolini, senza retorica e con esaltazione della semplicità e della chiarezza, sono stati nel tempo risolti. Nel contempo siamo consapevoli che  la stagione delle riforme per il buon funzionamento ed equilibrio delle nostre istituzioni non può ancora considerarsi conclusa.

Ma il metodo riformatore sarebbe tracciato. Ciò che vediamo prevalere oggi è l’esclusivo interesse della classe dirigente e dei partiti ad ottenere consenso immediato. Molti dei traguardi raggiunti nel passato e di cui ancora oggi possiamo apprezzare i benefici sono il frutto di un approccio strategico e una visione lungimirante. Occorre saper guardare lontano, senza perdere di vista quei principi di cui dicevamo sopra. Occorre ora una consapevolezza ed una qualità nuove che purtroppo ancora non vediamo.